Viktor Klemperer è un sopravvissuto al nazismo che si è dedicato soprattutto a testimoniarne l'imbarbarimento linguistico. Ogni riferimento a Renato Brunetta è puramente intenzionale...
"Klemperer registra, impietosamente, la decadenza della lingua tedesca e, con essa, dei tedeschi stessi. Nel disperato tentativo di mantenere lucidità critica e coraggio di fronte al rullo compressore nazionalsocialista egli indaga sulla perdita progressiva di raziocinio che si accompagna alla diffusione e alla condivisione di terminologie sempre più esasperate, ad uno stile interlocutorio isterico e ad uno svuotamento parossistico, dal vocabolario, di tutta quella ricchezza semantica che è indice non solo di cultura ma anche e soprattutto di umanità".
"La lingua nazista è rozza e priva di sfumature e questo poiché deve essere immediatamente compresa e fatta propria dagli ascoltatori; deve esprimere concezioni rigide e immutabili; infine, deve offrire solo quel cliché normativo e prescrittivo che è proprio alle comunicazioni tipiche delle caserme o delle birrerie. Una lingua fatta di stereotipi, di invocazioni aggressive ed esecrazioni, impudica nella sua volgarità per una società che ha perso il senso delle proporzioni e della misura. E' la lingua di una accolita di fedeli, paganeggianti, misticamente uniti al corpo del loro fuehrer. Goethe non ne aveva cittadinanza. E con lui neanche gli ebrei". Leggi tutto
Ci sono parole che nascono col pregiudizio incorporato. Che pretendono di descrivere la realtà escludendone un'ampia fetta già in partenza. Bullo, ad esempio. Un termine che evoca mondi e comportamenti prettamente maschili - il branco, l'esercizio del potere, la sopraffazione, la violenza fisica - e che in italiano non contempla neppure il genere femminile. Provate a digitare bulla sul vostro programma di videoscrittura e verrà marchiata all'istante dall'infamia ortografica di una sottolineatura rossa. Il vocabolario non la registra, dunque ufficialmente non esiste. Continua...
|
||||||||||||||
"Ebbero, Scipione e Annibale, spericolate vite parallele: ciascuno andò audacemente a sfidare il nemico in trasferta, e ciascuno lottò contro le invidie della classe nobiliare. Entrambi finirono in esilio, costretti ad andarsene dalla patria che avevano reso grande. E come il romano fu l'unico dei consoli a fregiarsi del nome di un popolo vinto, così Annibale spese più tempo in Italia che nella sua Cartagine. Se Scipione era l'Africano, Annibale era sicuramente l'Italiano. Ora ne sono sicuro. La storia non può finire così, sotto la pioggia di Istanbul, lontano dal grande teatro degli eventi che fu l'Italia. Al racconto manca l'ultimo sigillo: la tomba di Scipione in Campania. Per trovarla ho con me solo un passo di Plinio che narra di un uliveto piantato dalle mani stesse del console, e di un gigantesco mirto accanto a una grotta abitata da un serpente". Continua...
E’ un autore che piace sia a destra che a sinistra?
Gramsci ci ha insegnato che la politica non è solo rapporti di forza, è elaborazione di idee. Sarkozy ha imparato da Gramsci proprio questo, che la politica si fa con le idee. Continua...
La Voce d'Italia ci presenta uno spaccato storico che vira anche all'attualità.