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domenica, 01 febbraio 2009

Orrore in libreria

In un clima certo poco pacifico e allegro, alla Feltrinelli di piazza Duomo ho visto su uno scaffale "Contro gli ebrei e le loro menzogne", un libello di Martin Lutero del 1540 che incita a chiudere tutte le sinagoghe e a vietare il Talmud in quanto offenderebbe il Cristianesimo. Ora, questo pamphlet l'ultima volta che era uscito prima del 2000 e del 2009 (informandomi via Internet ho trovato queste due edizioni italiane) fu per iniziativa della propaganda nazista, nel 1938. La quarta di copertina si fa in quattro per imprimere nella mente del lettore la differenza tra questo tipo di antigiudaismo "cristiano" e quello dei nazisti. Gli ebrei per Lutero dovevano convertirsi al cristianesimo, non essere sterminati. A me (e per opposti motivi a Hitler che ne aveva ordinato la riedizione) continua a sembrare che un cristiano possa sentirsi autorizzato a fare cose anche orrende se i suoi leader religiosi glielo suggeriscono, e l'apprendere che la sofistica distinzione fu fatta niente meno che al processo di Norimberga non mi fa cambiare idea. Al contempo, mentre mi angoscia quest'iniziativa editoriale, mi angoscia anche la censura dei libri. Spero di avere fatto una cosa buona mettendo in rete due commenti di critica e contestualizzazione alla pubblicazione.  
postato da: ridanciana alle ore 20:28 | link | commenti (8)
categorie: memoria, editoria
mercoledì, 09 luglio 2008

Un anarchico 'giusto'

Sto leggendo per lavoro "Fuenf Finger Ueber Dir", "Cinque Dita su di te", un libro di Armin T. Wegner che racconta del suo viaggio in Unione Sovietica fra 1927 e 1928. Il titolo si ispira a una poesia di Majakovskii secondo cui l'uomo terrebbe le redini del mondo nelle cinque dita di una mano. La prima parte si svolge in Russia propriamente detta, fra Mosca e Leningrado prevalentemente. In seguito l'Autore si sposta prima a Tiblisi in Georgia e poi a Erevan in Armenia.

Wegner, dichiarato Giusto fra le Nazioni nel 1965 per aver scritto una lettera di protesta contro la persecuzione degli Ebrei ad Adolf Hitler in persona (la risposta, se così si può definire, furono torture e l'internamento in tre diversi campi di concentramento), ebbe la ventura di avere a che fare con il genocidio degli armeni, lo stalinismo e l'avvento del nazismo e di denunciarli tutti e tre, quindi questo è un libro di denuncia.

Tuttavia non muove da intento polemico. Wegner in Russia ci va perché è innamorato di questa terra dalla letteratura e dalle testimonianze di coloro che hanno lottato contro lo zarismo e per questo sono state deportate in Siberia o sono salite sulla ghigliottina. Non è comunista, è un anarchico nemico di ogni violenza. Si sente però un po' figlio di una Rivoluzione che tira fuori milioni di uomini dalla prosternazione davanti ai potenti, aristocratici o borghesi. Questo è almeno quanto egli spera di trovare.

Quanto trova è contraddittorio. A volte i progressi sono veramente notevoli. Per esempio non ci sono molti soldi, ma appena avanzano due copechi in Unione Sovietica si va a comprare un libro e questo con orgoglio, anche e forse soprattutto quando si proviene da famiglie povere che nel precedente regime feudale erano addirittura vendute insieme alla terra, da quanta poca dignità avevano.

Però lungo il percorso i dubbi si intensificano, anzi il libro potrebbe sembrare schizofrenico, un insieme di lettere e di pagine di diario di cui alcune sono filocomuniste e altre profondamente critiche. In realtà è un libro che esprime una lotta, quella per restare obiettivi davanti a una Rivoluzione che allora era l'evento del secolo tanto per i militanti di sinistra come Wegner quanto per le destre e i potentati economici. Una Rivoluzione che stava annientando un'intera classe e che per questo ricorreva al carcere e alle deportazioni, alla censura e alla sorveglianza di ogni movimento della popolazione, all'isolamento di chi si oppone e alla violenza. 

"Cinque dita su di te", dove il "te" sta per il suolo russo, ma anche per il compagno che con le cinque dita (sporche di sangue) si saluta, non è comunque un puro saggio su questioni politiche, economiche o filosofiche. Le pagine sul teatro sovietico al contrario, e non sono le sole, denotano una grande cultura e conoscenza delle espressioni artistiche dei popoli. Sono pagine che ricordano i bei tempi del liceo linguistico, con l'analisi dei testi letterari e del teatro.

postato da: ridanciana alle ore 18:55 | link | commenti (13)
categorie: editoria, viaggi e miraggi, mappamondo
venerdì, 04 luglio 2008

Se alle donne piace il porno

«Helene che va al mercato e incontra uno sconosciuto di colore che la porta a casa sua, la depila e le chiede di masturbarsi di fronte a lui, non è altro che una variante della storia della casalinga e dell’idraulico. "Zone umide" è un porno, e dei migliori. Il fatto che sulla stampa nessuno ha il coraggio di definirlo come tale significa, forse, che c’è ancora bisogno di libri porno scritti da donne. Fino a quando la società non sarà disposta ad accettarlo».Continua...
postato da: ridanciana alle ore 10:35 | link | commenti (7)
categorie: editoria, dibattiti, femminilitĂ 
mercoledì, 02 luglio 2008

Hoffmann, Rösch 'Grundlagen, Stile, Gestalten der deutschen Literatur'...

"Presupposti, stili e figure della letteratura tedesca" purtroppo non è stato tradotto in Italiano. E' un libro di letteratura e assieme di semiotica, che riesce a rendere appieno l'anima di un popolo che ha saputo elevarsi in alto alla Immanuel Kant o Wolfgang Goethe e poi scendere ad abissi inenarrabili con la Shoah. Tutte le pagine di questo volume sono impagabili, ma quelle migliori sono forse quelle dove gli autori cercano di darsi conto proprio del salto nel baratro e dell'interruzione di ogni valore compiuti con il nazismo. Il libro parla di come la radio entrò nelle case e di come, grazie a essa, il linguaggio delle pubblicità si amalgamò velocemente con il lessico famigliare di milioni di persone, un tipo di linguaggio che necessita solo di pochi punti di riferimento, non di vere grammatica e sintassi. In mancanza di pregressa esperienza con i mass-media, il linguaggio acquisì in immediatezza, ma perse in comprensibilità e in flessibilità. Ne risultò, argomentano gli autori con competenza ed esempi calzanti, un abbassamento delle difese dagli slogan, dalle cogitazioni deliranti, dalle sintesi tanto efficaci, quanto sbagliate e corrotte nell'essenza. Queste riflessioni di Hoffman e Rösch sono approfondite, miranti a capire prima che a giudicare, e parlano della nostra vita di tutti i giorni senza disgiungerla anche dalle nostre migliori realizzazioni di umani. Alla fine della lettura, ci si sente cambiati e un po' più consapevoli del nostro parlare, scrivere e ascoltare.  
postato da: ridanciana alle ore 12:58 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, memoria, media, editoria, impegno civile, mappamondo
mercoledì, 25 giugno 2008

L'albero dei Giusti

“L’Albero dei Giusti” di Peter Hellman, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (2001), racconta cinque storie di cristiani che salvarono ebrei dal genocidio a rischio della propria vita, incolumità e sicurezza e in modo disinteressato e che per questo sono stati insigniti del titolo di Giusti da Yad Vashem. La narrazione prende le mosse proprio dalla visita al Memoriale israeliano della Shoah, dove il Viale dei Giusti, con i suoi carrubi e ulivi, trasmette all'autore un senso di serenità in contrasto con le altre parti della visita. Hellman tiene molto alle atmosfere e ai climi, e riesce a trasmettere al lettore suggestioni diverse, dalla cupezza dell'Olanda occupata all'entusiasmo del partigiano francese Raoul Laporterie.
Sul tema dei Giusti si legge spesso che questi uomini hanno salvato i propri simili ebrei per due ordini di motivi: coerenza in propri principi e amore per l'umanità. Benché sia difficile stabilire i confini tra questi aspetti, le cinque storie narrate in questo libro sembrano essere della prima tipologia e i principi paiono essere una peculiare mistura di patriottismo e di Cristianesimo. Ovunque nel testo se ne fa menzione, a volte anche solo descrivendo un’immaginetta che un salvatore portava con sé. Monsignor Beniamino Schivo rischia la vita anche per far trascorrere un Natale il più possibile sereno ai suoi ospiti ebrei. Nel secondo capitolo, l’aspetto religioso viene ulteriormente approfondito in relazione al difficile tema delle conversioni al Cristianesimo che spesso e con varie motivazioni erano proposte agli ebrei braccati. Sietske salva Nurit per coerenza con la propria fede cristiana e non le chiede di abbracciarla, bensì, nel contesto della vita frisone dove si aprono insperati spiragli di libertà per i perseguitati, la accompagna nel compito di sensibilizzare altre persone ebree sull'importanza del fatto di preservare le proprie origini e tradizioni.
Certo rimane oscuro come per milioni di altre persone il Cristianesimo abbia fatto da sprone al silenzio e al collaborazionismo. Hellman non può esimersi dal porre a ciascuno dei protagonisti, tutti rimasti in rapporti amichevoli fra loro dopo la guerra, una spiegazione sulle possibili cause della Shoah. Ognuno ha il proprio modo di interrogarsi su questo abisso di criminalità: l’uomo si abitua a tutto? Si tratta del fatto che i valori centrali del Cristianesimo non sono stati compresi? Gli ebrei sono il Popolo Eletto… “per soffrire”? Qualunque sia la verità sull’argomento, è da notare un altro fatto storico che emerge da questa ricerca, e cioè la presenza di molteplici pregiudizi antisemiti anche in persone che si sono impegnate concretamente e hanno corso forti rischi personali per aiutare gli ebrei. Per esempio c’erano persone che credevano che gli ebrei avessero i piedi piatti, o nascessero con le corna. Questo in un secolo che nel pensiero comune, a distanza di tempo dalla Shoah, è associato al progresso scientifico.
Un’altra domanda che attraversa tutte le pagine de “L’Albero dei Giusti” è il perché ciascuno di essi abbia fatto ciò che ha fatto. Ideali a parte, quasi tutti concordano sul fatto di non aver compiuto altro che il proprio dovere. Significativa però è anche l’intenzione intima. Hellman sembra suggerire che “La maggior parte di noi lascia trascorrere i giorni della propria vita nell’attesa di un evento decisivo, di un’occasione capace di farci varcare la soglia della quotidianità, di un’opportunità di rischiare il tutto per tutto per una causa che ci convince fino in fondo”, magari la causa del proprio Dio. Questo è un ulteriore aspetto di riflessione etico - religiosa che attiene profondamente all'impostazione del saggio di Hellman e che arricchisce in modo significativo la lettura delle straordinarie storie di Giusti narrate dall’autore.
A volte viene da piangere leggendo questo libro, le cui note emotive comprendono tuttavia anche l’ironia sulla stupidità della dittatura e in alcuni passaggi il vero e proprio orrore. Nelle modulazioni meno estreme, il testo fa riflettere sui mille aspetti quotidiani della lotta per la sopravvivenza cui furono costretti tanti Ebrei e Resistenti nel corso del secondo conflitto mondiale e su come ogni singolo individuo li affrontava. Se l'attenzione è senz'altro catturata dalla gravosa difficoltà di nascondere i bambini, un elemento che pare stupire molto Hellman è l’ingenuità. Se è vero che in alcune testimonianze scritte riportate nel libro essa era affettata per nascondere a un eventuale controllore lo stato di estremo distress di chi cercava l’aiuto di un altro essere umano, sembra però che anche la pericolosità del nazismo non sia stata sempre riconosciuta in tempo. Per esempio ci furono anziani ebrei che s'illusero di essere lasciati in pace in quanto inabili al lavoro duro, e molti furono i casi di scampati che dovettero essere rivestiti da capo a piedi dai loro salvatori perché si erano portati solo pochi cambi di vestiti per lo più leggeri, non rendendosi conto della portata del pericolo e non prevedendo in alcun modoi lunghi inverni che avrebbero dovuto trascorrere nascosti prima della Liberazione.
Purtroppo, gli anni passano e la freschezza che caratterizza le descrizioni degli incontri avvenuti in Europa o in Israele fra i Giusti e i loro amici ebrei sembra possa aver fatto il suo tempo, magari lasciando spazio al lutto. Proporre questo libro oggi, al di là del modo in cui è strutturato, contribuisce a rinverdire la memoria dei Giusti altrettanto bene degli alberi piantati in loro onore a Yad Vashem. La Nota bibliografica dell'Editore invita non di meno a perseguire questo intento ricordando l’esortazione di Karol Wojtyla a costruire “un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i cristiani o sentimenti anticristiani fra gli ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto”. Propone inoltre una serie di libri di approfondimento dove continuare a coltivare la memoria dei Giusti. Ciò fa del testo, già apprezzabile per contenuti e profondità, un’opera lontana dal difetto della pretenziosità e meritevole di essere letta e consigliata.
postato da: ridanciana alle ore 12:38 | link | commenti (4)
categorie: memoria, editoria, religioni
lunedì, 23 giugno 2008

Tra i Giusti

Robert Satloff è un ebreo americano, storico e direttore dell’Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente. Ha constatato più volte che nelle scuole dei Paesi arabi la Shoah non viene insegnata, ha osservato che ciò si accompagna a forme di antisemitismo talvolta intrecciate ai complessi vissuti del conflitto mediorientale e ha deciso di porre il problema cominciando dalla questione dei Giusti. Ne è nato“Tra i Giusti – Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi”, un libro contro il negazionismo e un aiuto al miglioramento delle relazioni arabo-ebraiche, tema su cui l'autore è impegnato.
Il titolo originale dell’opera è "Among the Righteous: Lost Stories from the Holocaust' Long Reach into the Arab Lands" e si riferisce, dunque, come spesso è rimarcato nel testo, alla longa manus dell'Olocausto nelle terre arabe. Si tratta di un fenomeno talvolta rubricato a storia minore, non attinente al progetto hitleriano di annientamento sistematico del popolo ebraico e addirittura visto come strumentale alla politica d’Israele o occidentale in genere nei confronti dei Palestinesi e del mondo arabo. Su questo sfondo, che viene via via schiarito, illuminato e riportato a ciò che fu storicamente, si stagliano le storie di salvatori arabi di ebrei narrate nel libro, storie che  spesso erano cadute nel dimenticatoio o tramandate con un occhio al senso dell'opportunità.
Ecco dunque: Taïeb el-Okbi, leader musulmano riformista che impedì svariati pogrom in Algeria; Mohammed Chenik, che governò la Tunisia occupata dai nazisti e salvò la vita di molti ebrei rinchiusi nei campi di lavoro; Kaddour Benghabrit, capo della Moschea di Parigi e rappresentante ufficiale dell’Islam europeo, che nascose un numero a oggi ancora imprecisato di ebrei facendoli figurare come musulmani; Khaled Abdelwahab, che salvò una donna ebrea dallo stupro e la nascose con tutta la famiglia nella propria fattoria fino a quando le truppe di Hitler lasciarono la Tunisia; Ali Sakkat, che accolse nella propria tenuta una sessantina di ebrei in fuga; e altri. 

Le loro storie sono state raccolte in undici Paesi dell’Africa del Nord caratterizzati dalla presenza italiana, tedesca e francese di Vichy durante il secondo conflitto mondiale, e sottoposte al Comitato dei Giusti di Yad Vashem che, secondo Satloff, dovrebbe essere più solerte nel sostenere il tipo di ricerca proposto. Oltre a ciò, le storie sono servite a fornire le prove delle sofferenze patite dagli ebrei nordafricani nella Shoah all'opinione pubblica e in particolare alla Commissione internazionale che dal 1951 si occupa di risarcire i sopravvissuti allo sterminio nazista. “[...] è fonte di grande soddisfazione”, scrive Satloff, "il fatto che le mie indagini, iniziate per scovare almeno un arabo che avesse salvato un ebreo, abbiano contribuito, per quanto modestamente, a far spazio nella memoria collettiva dell’Olocausto agli ebrei dimenticati”.
Centrale a tutto il libro è il capitolo 5, che s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei” ed è ora anche linkato dal sito del Museo dell’Olocausto di Washington. Altri capitoli contengono approfondimenti o s’incentrano su aree geografiche diverse. La narrazione riguarda le storie soprammenzionate e il lavoro che è servito per portarle alla luce. Essa fa spesso uso del discorso diretto per rendere partecipe il lettore fino dei pensieri dell’autore, che, come accennato, non si esime dall'affrontare i pressanti problemi del nostro tempo: dalla guerra in Medioriente ai dissidi sui milioni di euro di risarcimenti dovuti alle vittime della persecuzione nazista al rispetto dei diritti umani nei Paesi arabi e musulmani, fino al preoccupante antisemitismo che attraversa la Francia e al problema del negazionismo che, non fra i leader arabi, ma nel musulmano Iran è addirittura assurto a ideologia di regime. A volte lo stile è enfatico e arriva a ricomprendere notazioni polemiche, giudizi di valore e battute di spirito; altre volte l’atmosfera del resoconto rispecchia a fondo la complessità dei temi trattati.
Un discorso a parte richiede il peso che nella ricerca ha avuto Internet, sede del dibattito arabo su come rispondere ai negazionisti dell'Olocausto e fonte di numerose conferme o smentite alle ipotesi sui Giusti arabi formulate in base alla storia orale o a testimonianze scritte di singoli sopravvissuti. La Rete, con la sua natura flessibile ed egualitaria, ha senz'altro facilitato lo scambio d'idee su questi due aspetti, che risultano molto delicati per motivi politici e morali (l’apparente insensibilità degli arabi di fronte alla Shoah è vera o falsa? Conseguenza o causa della loro minorità in tanti ambienti della diplomazia? Coloro che hanno un diverso atteggiamento o le cui famiglie sono state protagoniste di salvataggi durante la seconda guerra mondiale non ne parlano in quanto subiscono una particolare pressione o addirittura minacce?).
Ciò non significa che l'idea stessa dei Giusti non incontri ancora profondi ostacoli, nel mondo arabo e in generale. Ad alcune persone che ne serbano memoria accade ancora di essere ostracizzate dalle comunità e famiglie, proprio come, indipendentemente dallo sviluppo della riflessione sulla Shoah, capita a molti arabi di patire incarcerazioni, torture e altre violazioni dei diritti dell'uomo senza poter riconnettere le proprie vicende personali all’archetipo del crimine contro l’umanità.
Ci sono, tra le altre, due ottime ragioni per leggere "Tra i Giusti": l'importanza che il libro può rivestire per una distensione fra arabi e israeliani e, forse ancor più forte, l’universalità del messaggio che proviene dalle testimonianze di solidarietà umana nella Shoah.
postato da: ridanciana alle ore 16:01 | link | commenti (7)
categorie: storie, storia, editoria, dibattiti, auspici di pace
mercoledì, 09 aprile 2008

Che Dio la benedica, dott. Kevorkian

L'idea di questo libro non solo non è nuova, ma è quella di Dante: viaggiare nell'aldilà per moraleggiare sul presente. Tuttavia bisogna dire che Kurt Vonnegut lo fa con gusto, con poche pretese e in un numero ridottissimo di pagine, cosicché non si rimpiange il Sommo Poeta. Si scopre con divertimento che per il NY Times "colorito" significa "persona ricca, ma socialista", si prova simpatia per Isaac Newton che vuol tutto osservare e capire, si vorrebbero applaudire certe considerazioni sulla sinistra, sul razzismo, sulla pena di morte e sulla guerra (non solo quella del Vietnam).  
postato da: ridanciana alle ore 21:37 | link | commenti (1)
categorie: editoria
giovedì, 21 febbraio 2008

Organo ufficiale dell'era contemporanea

http://files.splinder.com/3e9e21f904ff3c33f6690628ed512c1e.pdf

Grazie Marino, sempre geniale. Anche se, con riferimento al tuo post di oggi, non finirò mai di dirti che dissento da te sull'Israele moderno. Esso non nasce nel Novecento come "risarcimento" (dell'irrisarcibile), ma nell'Ottocento in seguito allo sviluppo di uno dei tanti movimenti nazionali nati in quell'epoca.

postato da: ridanciana alle ore 13:55 | link | commenti
categorie: editoria, mondo di internet
mercoledì, 06 febbraio 2008

Law of return

Durante la guerra civile spagnola, Miguel de Unamuno, rettore dell'Università di Salamanca, scontenta i fascisti dicendo loro: Venceremos, ma non convenceremos. Viene radiato dall'università. Quattro colleghi ne prendono le difese firmando una petizione. Uno di loro, nel 1940, sparisce. Carlos Alonso Tejada y Leon, tenente, è chiamato a svolgere l'indagine, che lo porterà a incontrare un Telemaco e un Teoclimeno, nomi in codice di persone reali, ingranaggi non passivi della Storia. Il libro merita soprattutto se si cerca un'occasione di svago che porti anche a riflettere, un giallo con memoria storica.  
postato da: ridanciana alle ore 10:45 | link | commenti (2)
categorie: editoria
mercoledì, 23 gennaio 2008

dal Corriere del 13/1

Israele ospite alla Fiera del libro fa litigare i partiti comunisti

 

Non paghi dell'uscita di un loro esponente torinese, Vincenzo Chieppa, i Comunisti italiani alzano il tiro e propongono ad altre frange della sinistra estrema iniziative per contestare la Fiera del libro di Torino, «colpevole» quest'anno di avere quale Paese ospite Israele, nel sessantesimo della fondazione, a maggio, e di non aver invitato contestualmente lo Stato palestinese. Così ieri sul quotidiano di Rifondazione, «Liberazione», abbiamo assistito a un'ennesima spaccatura della sinistra. In prima pagina Stefania Podda che ragionevolmente argomentava: no al boicottaggio della Fiera, di questo passo dovremmo smettere di leggere anche la letteratura americana. E poi così «si rischia di alimentare l'antisemitismo ». In ultima pagina, nello spazio delle lettere, compariva invece l'appello di Maurizio Musolino, direttore della «Rinascita», il settimanale dei Comunisti italiani, che così si esprimeva: «Scelta vergognosa. Eppure non sorprende. Sappiamo che non sarà la sola iniziativa che dalla prossima primavera proporrà la nascita dello Stato di Israele come momento centrale di dibattiti e iniziative culturali. Siamo pronti ad un vero e proprio bombardamento mediatico.
Mentre altri bombardamenti, quelli con le armi, purtroppo li fanno in loco... nessuno racconterà dei milioni di palestinesi sradicati dalle loro case...». L'esponente del Pdci lancia poi un appello a «Liberazione», «il manifesto», «Left», «Aprileonline», «Radiocittàaperta » e «Radiopopolare» per organizzare «nei giorni della Fiera una grande iniziativa a Torino in grado di mettere al centro quegli aspetti che la kermesse degli editori vorrebbe celare, dimenticare ».
Stefania Podda condanna invece il boicottaggio culturale: «Una risposta sbagliata e pericolosa che porta all'isolamento». Una posizione in cui non si considera che la buona letteratura, come è quella israeliana, rispecchia le diverse pulsioni e anime della società: Grossman, Yehoshua, Oz e il più giovane Keret, tutti invitati a Torino, «con diverse sfumature sono la coscienza critica di Israele ».
La risposta della Podda è piaciuta al direttore della Fiera del libro, Ernesto Ferrero, che aggiunge: «Sarebbe un bel paradosso arrivare a boicottare o addirittura impedire di parlare agli scrittori che si sono sempre distinti per essere uomini del dialogo, come Grossman, Oz e Yehoshua: capisco che al fondamentalismo anche nostrano non ci sia limite, ma soltanto i nazisti avevano mostrato un tale rispetto (e una tale paura) dei libri. Comunque, ancor prima dell'appello di Musolino avevamo fatto partire una serie di inviti a personaggi significativi della cultura palestinese: Liana Badr, Elia Sandbar, Mahamoud Darwish, Ibrahim Nasrallah, Sahar Khalifah, Farouk Mardam Bey. Rassicuriamo tutti: come sempre, in Fiera, ci sarà una pluralità di voci».
Dino Messina Abraham Yehoshua, israeliano, ha scritto tra l'altro «L'amante», «Il signor Mani», «Fuoco amico»
postato da: ridanciana alle ore 10:39 | link | commenti
categorie: politica, media, editoria, dibattiti, auspici di pace