Leggere questa recensione e spiegarla con le proprie parole:
Peter Hellman, L’Albero dei Giusti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001
Il libro racconta cinque storie di cristiani che salvarono ebrei dal genocidio a rischio della propria vita e in modo disinteressato, e che per questo sono stati insigniti del titolo di “Giusti tra le Nazioni” da Yad Vashem. La narrazione prende le mosse proprio dalla visita al Memoriale israeliano della Shoah, dove il Viale dei Giusti, con i suoi carrubi e ulivi, trasmette all'autore un senso di serenità in contrasto con le altre parti della visita. Hellman tiene molto alle atmosfere e ai climi, e riesce a trasmettere al lettore suggestioni diverse, dalla cupezza dell'Olanda occupata all'entusiasmo del partigiano francese Raoul Laporterie.
Le cinque storie narrate rimandano a un comun denominatore sulle motivazioni del salvataggio, in cui si intrecciano il sentimento patriottico e la fede cristiana. Ovunque nel testo se ne fa menzione, a volte anche solo descrivendo un’immaginetta che un salvatore portava con sé. Monsignor Beniamino Schivo rischia la vita anche per far trascorrere un Natale il più possibile sereno ai suoi ospiti ebrei. Nel secondo capitolo, l’aspetto religioso viene ulteriormente approfondito in relazione al difficile tema delle conversioni al Cristianesimo che spesso e con varie motivazioni erano proposte agli ebrei braccati. Sietske salva Nurit per coerenza con la propria fede cristiana e non le chiede di abbracciarla, bensì, nel contesto della vita elementare dove si aprono insperati spiragli di libertà per i perseguitati, la accompagna nel compito di sensibilizzare altre persone ebree sull’importanza di preservare le proprie origini e tradizioni.
Certo rimane oscuro come per milioni di altre persone il Cristianesimo non abbia rappresentato un monito contro l’indifferenza e il collaborazionismo. Hellman non può esimersi dal porre a ciascuno dei protagonisti, tutti rimasti in rapporti amichevoli fra loro dopo la guerra, una spiegazione sulle possibili cause della Shoah. Ognuno ha il proprio modo di interrogarsi su questo abisso di criminalità: l’uomo si abitua a tutto? Si tratta del fatto che i valori centrali del Cristianesimo non sono stati compresi? Gli ebrei sono il Popolo Eletto… “per soffrire”? Qualunque sia la verità sull’argomento, è da notare un altro fatto storico che emerge da questa ricerca, e cioè la presenza di molteplici pregiudizi antisemiti anche in persone che si sono impegnate concretamente e hanno corso forti rischi personali per aiutare gli ebrei, come chi credeva che avessero i piedi piatti, o nascessero con le corna. Questo in un secolo che nel pensiero comune, a distanza di tempo dalla Shoah, è associato al progresso scientifico.
Un’altra domanda che attraversa tutte le pagine de “L’Albero dei Giusti” è il perché ciascuno di essi abbia fatto ciò che ha fatto. Ideali a parte, quasi tutti concordano sul fatto di non aver compiuto altro che il proprio dovere. Significativa però è anche l’intenzione intima. Hellman sembra suggerire che “La maggior parte di noi lascia trascorrere i giorni della propria vita nell’attesa di un evento decisivo, di un’occasione capace di farci varcare la soglia della quotidianità, di un’opportunità di rischiare il tutto per tutto per una causa che ci convince fino in fondo”, magari la causa del proprio Dio. Questo è un ulteriore aspetto di riflessione etico - religiosa che attiene profondamente all'impostazione del saggio di Hellman e che arricchisce in modo significativo la lettura delle straordinarie storie di Giusti narrate dall’autore.
Ci si commuove profondamente leggendo alcuni passi di questo libro, le cui note emotive comprendono tuttavia anche l’ironia sulla stupidità della dittatura e in alcuni passaggi il vero e proprio orrore. Nelle modulazioni meno estreme, il testo fa riflettere sui mille aspetti quotidiani della lotta per la sopravvivenza cui furono costretti tanti ebrei e resistenti nel corso del secondo conflitto mondiale e su come ogni singolo individuo li affrontava. Se l'attenzione è senz'altro catturata dalla tremenda difficoltà di nascondere i bambini, un elemento che pare stupire molto Hellman è l’ingenuità sulle reali intenzioni del nazismo. Per esempio ci furono anziani ebrei che s'illusero di sfuggire alla deportazione in quanto inabili al lavoro duro, e molti scampati dovettero essere rivestiti da capo a piedi dai loro salvatori perché muniti soltanto di pochi vestiti leggeri, avendo sottovalutato la portata del pericolo e non prevedendo in alcun modo i lunghi inverni che avrebbero dovuto trascorrere nascosti prima della liberazione.
Proporre questo libro oggi, al di là del modo in cui è strutturato, contribuisce a conservare la memoria dei Giusti altrettanto bene degli alberi piantati in loro onore a Yad Vashem, considerando che i protagonisti vanno via via scomparendo per ovvie ragioni anagrafiche. La Nota bibliografica dell'editore invita non di meno a perseguire questo intento ricordando l’esortazione di Karol Wojtyla a costruire “un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i cristiani o sentimenti anticristiani fra gli ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto”. Propone inoltre una serie di libri di approfondimento dove continuare a coltivare la memoria dei Giusti.
Che ne pensate dello striscione di Di Pietro
"Napolitano dorme, l'Italia insorge"
?
Per il giorno della memoria guardo questo film sulla Shoah. Parla della storia di un "Sonderkommando", un'unità speciale di addetti al crematorio di Auschwitz - Birkenau, e la racconta secondo la testimonianza di un ebreo ungherese che fu adibito da Mengele a suo aiutante nei macabri esperimenti pseudoscientifici che conduceva. Una scena particolarmente terribile è quando una ragazzina sopravvive al gas per qualche oscura ragione e viene "salvata" dall'ardere viva nel crematorio ptoprio perché c'è la possibilità che Mengele la prenda come cavia. In sintesi: film da vedere, pietrificati sulla sedia. Qualche critico lamenta che Harvey Keitel dia un tono troppo macchiettistico al comandante di campo di cui fa la parte e forse non ha tutti i torti. Bisogna però ricordare l'importanza di accostarsi alla Memoria anche, alla bisogna, aiutati da icone, persone famose, modelli, quindi secondo me anche quest'aspetto passa in secondo piano rispetto al valore del film che è coraggioso nel suo tentativo di rendere l'indicibile.
http://www.tgcom.mediaset.it/spettacolo/articoli/articolo439389.shtml
Due bis di Springsteen dovrebbero mandare chiunque in visibilio, invece a Milano portano a una denuncia penale con conseguente rifiuto del Boss di suonare in futuro a Milano. Che cosa bisogna fare con dei concittadini così?
Proposta Lonato (BS), un posto dell'estremo nord dove c'è lo Stato, nella forma della Fondazione Ugo da Como: accoglierli con un: "Lei è di Milano? Allora non avrà capito un cazzo, venga che le spieghiamo noi!"
Proposta Abruzzo, dove siamo stati in ferie con zio Wenz' a Capodanno: "Siete di Milano? E come sta Silvio?".
Proposta Bush: non rifiutatevi di fare i concerti da noi, esportateci direttamente la democrazia!
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo438646.shtml
D'ora in poi ci saranno ancora meno possibilità per le ragazze costrette in schiavitù di conquistarsi la libertà. Infatti i papponi potranno sempre tenerle in pugno con la minaccia di chiamare la polizia.
Stesso discorso per gli stranieri irregolari sfruttati in nero.
E se le persone non hanno i soldi per pagare la sanzione...