
Robert Satloff è un ebreo americano, storico e direttore dell’Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente. Ha constatato più volte che nelle scuole dei Paesi arabi la Shoah non viene insegnata, ha osservato che ciò si accompagna a forme di antisemitismo talvolta intrecciate ai complessi vissuti del conflitto mediorientale e ha deciso di porre il problema cominciando dalla questione dei Giusti. Ne è nato“Tra i Giusti – Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi”, un libro contro il negazionismo e un aiuto al miglioramento delle relazioni arabo-ebraiche, tema su cui l'autore è impegnato.
Il titolo originale dell’opera è "Among the Righteous: Lost Stories from the Holocaust' Long Reach into the Arab Lands" e si riferisce, dunque, come spesso è rimarcato nel testo, alla longa manus dell'Olocausto nelle terre arabe. Si tratta di un fenomeno talvolta rubricato a storia minore, non attinente al progetto hitleriano di annientamento sistematico del popolo ebraico e addirittura visto come strumentale alla politica d’Israele o occidentale in genere nei confronti dei Palestinesi e del mondo arabo. Su questo sfondo, che viene via via schiarito, illuminato e riportato a ciò che fu storicamente, si stagliano le storie di salvatori arabi di ebrei narrate nel libro, storie che spesso erano cadute nel dimenticatoio o tramandate con un occhio al senso dell'opportunità.
Ecco dunque: Taïeb el-Okbi, leader musulmano riformista che impedì svariati pogrom in Algeria; Mohammed Chenik, che governò la Tunisia occupata dai nazisti e salvò la vita di molti ebrei rinchiusi nei campi di lavoro; Kaddour Benghabrit, capo della Moschea di Parigi e rappresentante ufficiale dell’Islam europeo, che nascose un numero a oggi ancora imprecisato di ebrei facendoli figurare come musulmani; Khaled Abdelwahab, che salvò una donna ebrea dallo stupro e la nascose con tutta la famiglia nella propria fattoria fino a quando le truppe di Hitler lasciarono la Tunisia; Ali Sakkat, che accolse nella propria tenuta una sessantina di ebrei in fuga; e altri.
Le loro storie sono state raccolte in undici Paesi dell’Africa del Nord caratterizzati dalla presenza italiana, tedesca e francese di Vichy durante il secondo conflitto mondiale, e sottoposte al Comitato dei Giusti di Yad Vashem che, secondo Satloff, dovrebbe essere più solerte nel sostenere il tipo di ricerca proposto. Oltre a ciò, le storie sono servite a fornire le prove delle sofferenze patite dagli ebrei nordafricani nella Shoah all'opinione pubblica e in particolare alla Commissione internazionale che dal 1951 si occupa di risarcire i sopravvissuti allo sterminio nazista. “[...] è fonte di grande soddisfazione”, scrive Satloff, "il fatto che le mie indagini, iniziate per scovare almeno un arabo che avesse salvato un ebreo, abbiano contribuito, per quanto modestamente, a far spazio nella memoria collettiva dell’Olocausto agli ebrei dimenticati”.
Centrale a tutto il libro è il capitolo 5, che s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei” ed è ora anche linkato dal sito del Museo dell’Olocausto di Washington. Altri capitoli contengono approfondimenti o s’incentrano su aree geografiche diverse. La narrazione riguarda le storie soprammenzionate e il lavoro che è servito per portarle alla luce. Essa fa spesso uso del discorso diretto per rendere partecipe il lettore fino dei pensieri dell’autore, che, come accennato, non si esime dall'affrontare i pressanti problemi del nostro tempo: dalla guerra in Medioriente ai dissidi sui milioni di euro di risarcimenti dovuti alle vittime della persecuzione nazista al rispetto dei diritti umani nei Paesi arabi e musulmani, fino al preoccupante antisemitismo che attraversa la Francia e al problema del negazionismo che, non fra i leader arabi, ma nel musulmano Iran è addirittura assurto a ideologia di regime. A volte lo stile è enfatico e arriva a ricomprendere notazioni polemiche, giudizi di valore e battute di spirito; altre volte l’atmosfera del resoconto rispecchia a fondo la complessità dei temi trattati.
Un discorso a parte richiede il peso che nella ricerca ha avuto Internet, sede del dibattito arabo su come rispondere ai negazionisti dell'Olocausto e fonte di numerose conferme o smentite alle ipotesi sui Giusti arabi formulate in base alla storia orale o a testimonianze scritte di singoli sopravvissuti. La Rete, con la sua natura flessibile ed egualitaria, ha senz'altro facilitato lo scambio d'idee su questi due aspetti, che risultano molto delicati per motivi politici e morali (l’apparente insensibilità degli arabi di fronte alla Shoah è vera o falsa? Conseguenza o causa della loro minorità in tanti ambienti della diplomazia? Coloro che hanno un diverso atteggiamento o le cui famiglie sono state protagoniste di salvataggi durante la seconda guerra mondiale non ne parlano in quanto subiscono una particolare pressione o addirittura minacce?).
Ciò non significa che l'idea stessa dei Giusti non incontri ancora profondi ostacoli, nel mondo arabo e in generale. Ad alcune persone che ne serbano memoria accade ancora di essere ostracizzate dalle comunità e famiglie, proprio come, indipendentemente dallo sviluppo della riflessione sulla Shoah, capita a molti arabi di patire incarcerazioni, torture e altre violazioni dei diritti dell'uomo senza poter riconnettere le proprie vicende personali all’archetipo del crimine contro l’umanità.
Ci sono, tra le altre, due ottime ragioni per leggere "Tra i Giusti": l'importanza che il libro può rivestire per una distensione fra arabi e israeliani e, forse ancor più forte, l’universalità del messaggio che proviene dalle testimonianze di solidarietà umana nella Shoah.